ESG ed ESRS dopo il 2025: cosa cambia davvero tra Omnibus e nuove responsabilità
Le modifiche al quadro della normativa ESG europea approvate tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, tra pacchetto Omnibus e revisione degli ESRS, stanno generando letture molto diverse. C’è chi parla di semplificazione, chi di rallentamento, chi di passo indietro. La realtà, come spesso accade, è meno netta e più scomoda.
E sì, leggendo certi commenti circolati nelle ultime settimane, verrebbe anche da pensarlo.
Non siamo davanti a una riduzione dell’ambizione europea sulla sostenibilità.
Siamo davanti a un cambio di approccio: meno standardizzazione formale, più responsabilità sostanziale per le imprese.
Omnibus ed ESRS: il framework si alleggerisce, il lavoro no
La struttura degli ESRS resta invariata (12 standard, di cui 2 trasversali e 10 tematici), ma viene ripulita da duplicazioni e ridondanze. I datapoint volontari vengono spostati fuori dagli standard obbligatori e raccolti in documenti separati. La materialità diventa il vero perno del sistema.
Questo significa che non tutto va più rendicontato “per sicurezza”, ma tutto ciò che viene rendicontato, o escluso, deve essere difendibile. Non solo tecnicamente, ma anche sul piano reputazionale.
La qualità del bilancio di sostenibilità non dipende più dalla quantità di informazioni incluse, ma dalla solidità delle scelte che lo sorreggono e dalla capacità dell’impresa di motivarle nel tempo. In altre parole, la materialità diventa il punto in cui sostenibilità, gestione dei rischi e decisioni economico-finanziarie si incontrano.
Nelle ultime settimane, parlando con CFO e responsabili amministrativi dei nostri clienti, il punto che emerge più spesso non è il dato in sé, ma il timore di come verrà letto ciò che non c’è. La domanda non è più “quale indicatore devo compilare?”, ma “questa scelta regge se qualcuno la mette in discussione?”. In diversi casi stiamo rivedendo analisi di materialità impostate nel 2024 perché, oggi, non reggerebbero più una discussione con il board.
Catena del valore: più equilibrio, meno scaricabile
Un passaggio rilevante riguarda la catena del valore. Le grandi imprese potranno continuare a richiedere informazioni ai propri partner, ma dovranno motivarne la necessità all’interno dei propri processi di gestione dei rischi. Al tempo stesso, le aziende coinvolte potranno rifiutare richieste che eccedono quanto previsto dagli standard applicabili.
È un tentativo di correggere una distorsione emersa negli ultimi anni: la sostenibilità come trasferimento di complessità verso l’anello più debole della filiera. Il messaggio normativo è chiaro: la responsabilità resta in capo a chi governa il processo, non a chi lo subisce.
La materialità come decisione manageriale (e perché cambia tutto)
La vera svolta degli ESRS aggiornati è qui. La materialità non è più un esercizio tecnico da completare una volta all’anno, ma un processo decisionale continuo. È il punto in cui si concentrano responsabilità, esposizione e credibilità dell’impresa, perché rende esplicito cosa viene considerato rilevante e perché.
Viene rafforzato un approccio misto, bottom-up e top-down, che consente alle imprese di partire da ciò che è evidentemente rilevante per il proprio modello di business, senza perdersi in valutazioni astratte o puramente teoriche.
Superata anche la contrapposizione rigida tra approccio “gross” e “net” nella valutazione degli impatti. Al loro posto assume centralità la qualità delle misure adottate: prevenzione, mitigazione, rimedio. Non conta solo cosa accade, ma come l’azienda dimostra di gestirlo e con quali strumenti. Questo sposta il baricentro dall’adempimento alla governance, ed è un cambio che richiede metodo, competenze e una certa esposizione decisionale.
Un passaggio critico per la consulenza ESG
Letto dal punto di vista del mercato, questo cambiamento segna una discontinuità. La consulenza ESG basata su checklist, pacchetti standard e implementazioni automatiche perde inevitabilmente spazio. Meno datapoint obbligatori significa meno lavoro esecutivo “a volume”.
Allo stesso tempo, cresce il bisogno di supporto strategico. Le imprese devono scegliere, argomentare, spiegare. Devono tenere insieme sostenibilità, governance e reporting ESG anche quando i dati quantitativi non sono immediatamente disponibili o separabili, come esplicitamente previsto dagli standard aggiornati e dalla CSRD.
Questo ridisegna il ruolo della consulenza ESG, sempre meno orientata alla produzione del bilancio di sostenibilità e sempre più al supporto nella gestione dei rischi e della governance.
In questo senso, la sostenibilità smette di essere un esercizio compilativo e diventa sempre più una questione di mentalità manageriale nella gestione dei rischi. Rischi che non sono statici, ma cambiano con il contesto: dalle tensioni geopolitiche alla reintroduzione di dazi a livello globale, fino alle instabilità delle catene di fornitura e dei mercati energetici. In uno scenario così fluido, l’ESG non può essere gestito come un adempimento periodico, ma come un processo continuo di interpretazione e governo.
Il framework diventa più semplice. Il lavoro, soprattutto per chi accompagna le imprese, decisamente no.
Dove stiamo andando
Per i bilanci 2025 continueranno ad applicarsi gli ESRS attualmente in vigore. Le modifiche saranno recepite nell’ordinamento europeo entro la metà del 2026, con possibilità di applicazione volontaria anticipata già per l’esercizio 2026. Nel frattempo, EFRAG ha messo a disposizione il Knowledge Hub, che resta un riferimento operativo utile, soprattutto per chi sta ripensando processi già avviati.
La direzione, però, è già chiara. L’ESG non sta diventando più leggero. Sta diventando meno difendibile con automatismi e più esposto alle scelte di chi lo governa.
E questo vale per le imprese. E, inevitabilmente, per chi lavora con loro ogni giorno.
Fonti e approfondimenti
- Commissione Europea – comunicazioni su CSRD e pacchetto Omnibus
- EFRAG – aggiornamenti ESRS e Knowledge Hub


