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    Data center e transizione energetica: due corse parallele

    19 Giugno 2026

    Più data center significa più autonomia digitale per l’Europa, ma anche più energia da trovare, gestire e giustificare. La partita si gioca su entrambi i fronti. 

    La sfida dell’autonomia digitale europea

    L’Europa ha deciso di costruire la propria autonomia digitale puntando su più data center e una maggior capacità di calcolo, per ridurre la dipendenza da operatori che non rispondono alle regole europee. È una scelta che si inserisce in un contesto geopolitico sempre più instabile, fatto di tensioni commerciali e di una competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina che lascia sempre meno spazio di manovra agli altri attori globali. In questo scenario, costruire infrastrutture digitali proprie è una scelta strategica comprensibile, per meglio dire inevitabile, considerando quanto i dati siano ormai centrali per qualsiasi attività economica. 

    GAIA-X, nata nel 2019 su iniziativa franco- tedesca, è stato uno dei primi tentativi europei di costruire un’infrastruttura digitale condivisa basata su standard europei di interoperabilità, portabilità dei dati e sicurezza. L’obiettivo era ridurre la dipendenza dai grandi hyperscaler americani che oggi controllano oltre il 65% del mercato cloud europeo. I risultati sono stati parziali, ma il percorso ha posto le basi su cui si innesta oggi il pacchetto sulla sovranità tecnologica.  

    C’è però una domanda sulla quale il dibattito pubblico tende a sorvolare: tutta questa infrastruttura digitale, dove prende l’energia per funzionare? 

     

    Il conto energetico dell’AI

    I data center consumano già oggi tra il 2% e il 4% dell’elettricità europea (fonte: “Rivista.AI/TechVisory, giugno 2026”), una quota destinata a crescere perché addestrare e far girare i modelli di AI richiede quantità di calcolo enormi e quindi grandi quantità di energia. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), i data center globali hanno consumato nel 2023 circa 400 TWh, una cifra destinata a raddoppiare entro il 2030.  Triplicare la capacità dei data center europei entro il 2036, come prevede il Cloud and AI Development Act appena presentato dalla Commissione, significa anche triplicare questo fabbisogno. Un segnale concreto di questa pressione viene già dall’Irlanda e dai Paesi Bassi, dove i gestori della rete elettrica hanno segnalato difficoltà di approvvigionamento proprio a causa della concentrazione di data center sul territorio. 

    Digitale ed energia: uno strumento che deve valere il suo consumo

    Tuttavia, le reti elettriche intelligenti, quelle che bilanciano in tempo reale domanda e offerta, integrano le fonti rinnovabili e riducono gli sprechi, funzionano grazie ad algoritmi e capacità di calcolo. Il digitale è dunque anche uno degli strumenti attraverso cui la transizione energetica può diventare concreta. Il problema è che questo strumento consuma le stesse risorse che dovrebbe aiutare a gestire meglio, e i data center che lo fanno girare non fanno eccezione: quanto siano efficienti fa la differenza. 

    Un indicatore di riferimento è il PUE (Power Usage Effectiveness) ovvero il rapporto tra energia totale consumata e quella effettivamente usata per il calcolo: più il valore si avvicina a 1, più il data center è efficiente e meno energia viene sprecata in raffreddamento e sistemi di supporto. I migliori impianti di nuova generazione si avvinano a valori prossimi a 1,2, contro una media storica di settore superiore a 1,5.  

    Cosa prevede il pacchetto europeo

    Il pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica (Comunicazione COM (2026) 503) presentato a giugno 2026 riconosce questo nodo e prova a tenerlo insieme: le semplificazioni burocratiche per costruire nuovi data center sono condizionate a requisiti precisi di efficienza energetica e di integrazione nella rete elettrica. In pratica, un’azienda che vuole costruire un nuovo data center in Europa, e beneficiare di procedure più rapide, dovrà dimostrare che quell’infrastruttura non si limita a consumare energia, ma è progettata per inserirsi nel sistema elettrico in modo efficiente, riducendo sprechi e contribuendo, dove possibile, alla stabilità della rete. Non puoi chiedere di essere trattato come infrastruttura strategica se non dimostri di integrarti nel sistema elettrico in modo sostenibile. 

    La contraddizione di fondo, però, non sparisce per decreto. Si riduce solo se la crescita digitale e la transizione energetica vengono progettate insieme, con la stessa attenzione, dagli stessi tavoli, con gli stessi obiettivi. 

    I paesi nordici come modello

    Svezia e Finlandia sono diventante destinazioni privilegiate per i data center grazie alla disponibilità di energia idroelettrica e geotermica e a climi favorevoli al raffreddamento naturale, riducendo così il consumo energetico complessivo. La Finlandia ha introdotto riduzione fiscali per i data center che cedono il calore residuo alle reti di teleriscaldamento urbano, trasformando quello che era un problema in una risorsa per le città, un modello che la Danimarca sta già applicando su larga scala. 

    Non sono esempi isolati, ma il risultato di scelte politiche precise come una pianificazione energetica nazionale che ha saputo integrare i data center nel sistema elettrico e incentivi mirati all’efficienza e al recupero energetico.  

    Cosa significa per chi vuol essere ESG compliant

    Le scelte digitali di un’organizzazione hanno un impatto energetico reale e misurabile. Decidere dove far risiedere i propri dati, quale infrastruttura cloud utilizzare e con quale fornitore cloud lavorare significa anche decidere, spesso senza rendersene conto, quanta energia consuma e da dove proviene. È una decisione che determina quanto energia l’organizzione consuma e da dove proviene e, proprio per questo, non può essere delegata solo al reparto IT. Amministratori e manager sono chiamati infatti a rispondere di queste scelte perché: 

    • Fanno parte della strategia ESG 
    • Incidono sulla rendicontazione di sostenibilità  
    • Rientrano nelle responsabilità di governance che il quadro normativo europeo sta rendendo sempre più esplicite.  

    Per gestire questo impatto, però, bisogna prima riuscire a misurarlo. Ci si dovrebbe chiedere: dove sono fisicamente i dati che la nostra organizzazione produce e utilizza? Con quale energia vengono elaborati? Il fornitore cloud che abbiamo scelto comunica in modo trasparente il proprio impatto energetico? L’energia consumata dai data center dei cloud provider raramente viene comunicata in modo chiaro e suddiviso per cliente. Il dato esiste, ma è quasi sempre aggregato su scala enorme, e diventa difficile capire quale sia la propria quota effettiva.  

    Il risultato è che, in molti bilanci di sostenibilità, una parte reale dell’impatto energetico di un’organizzazione resta semplicemente invisibile, non perché non esista, ma perché è difficile da isolare. 

    Conclusioni

    I paesi nordici dimostrano che data center e transizione energetica possono viaggiare insieme: non sono obiettivi in contraddizione, ma due componenti di una stessa strategia, a patto che vengano pianificati con la stessa attenzione e gli stessi strumenti. 

    Alla fine, la domanda non è se costruire più infrastrutture digitali in Europa sia giusto o sbagliato quanto piuttosto se lo faremo secondo gli obiettivi che ci siamo prefissati: consumando meno, sprecando meno, e integrando ogni nuova infrastruttura in un sistema più efficiente di quello che l’ha preceduta. 

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