Economia e biodiversità: un legame vitale
Ridurre le emissioni di CO₂ è diventato un imperativo condiviso, mentre la biodiversità ancora no. Eppure, le conseguenze della sua perdita sono altrettanto concrete e, in alcuni casi, più difficili da invertire.
La biodiversità non è una casella da spuntare
Le aziende rendicontano emissioni e pubblicano report ESG, ma quante sanno davvero da cosa dipendono? Impollinatori, suoli fertili, ecosistemi funzionanti non sono asset astratti: sono la base materiale di interi settori economici. Trattare la biodiversità come una casella da spuntare è uno dei rischi strategici più sottovalutati del nostro tempo.
Il 22 maggio è stata la Giornata Mondiale della Biodiversità, il tema di quest’anno è agire localmente per un impatto globale. Ma prima di capire come intervenire, bisognerebbe chiedersi: le aziende sono davvero consapevoli di quanto i loro business siano legati alla natura e in particolare alla biodiversità?
Secondo il World Economic Forum, oltre la metà del PIL mondiale dipende dalla natura, in altre parole impollinazione, acqua pulita, suoli fertili, regolazione del clima. Non sono servizi astratti, sono processi biologici reali, che funzionano finché gli ecosistemi che li sostengono sono integri. Quando smettono di funzionare, non si manda una mail al fornitore.
La natura italiana vale più di quanto pensiamo
Partiamo da una cosa concreta: la colazione. Il caffè, le arance, le mandorle, quasi tutto quello che mettiamo in tavola la mattina esiste perché da qualche parte, su qualche fiore, un insetto ha fatto il suo lavoro. In Europa, l’84% delle colture dipende dall’impollinazione animale. Non è un dato romantico sulla natura: è la descrizione di un meccanismo produttivo su cui si regge un’industria alimentare da miliardi di euro, che non abbiamo costruito noi. Lo abbiamo ereditato e lo stiamo danneggiando.
Non è solo una questione di api, è una questione di suoli che perdono fertilità quando scompaiono i microorganismi che li tengono vivi , di fiumi che esondano più spesso quando le foreste che assorbivano l’acqua vengono disboscate. La pizza napoletana, il Parmigiano Reggiano, l’olio extravergine: tutto ciò che l’Italia esporta come eccellenza dipende da ecosistemi funzionanti, da condizioni climatiche favorevoli, da suoli vivi e da un equilibrio biologico che non si ricostruisce in poco tempo, ma che rappresenta anche la base delle certificazioni di qualità. La siccità che ha colpito intere filiere agro-alimentari negli ultimi anni non è un’anomalia: è una conseguenza diretta di ecosistemi impoveriti, specie scomparse che svolgevano funzioni essenziali senza che nessuno le avesse mai messe a bilancio.
E poi c’è la medicina, un esempio italiano lo racconta bene: Aboca, azienda toscana nata nel 1978 sulle colline di Sansepolcro, ha costruito un modello di business interamente fondato sulla biodiversità. Coltiva direttamente oltre 70 specie di piante medicinali su più di mille ettari tra Toscana e Umbria, trasformandole in farmaci e dispositivi medici certificati, con 32 brevetti internazionali e una certificazione Biodiversity Alliance al punteggio massimo.
Non è un’azienda ambientalista, è un’azienda che ha capito prima di altri che la biodiversità non è un vincolo bensì la materia prima. Controllare direttamente la filiera biologica significa non dipendere da fornitori esterni, garantire la qualità e la purezza degli ingredienti, ridurre il rischio di approvvigionamento e proteggere il vantaggio competitivo nel tempo. Quando la materia prima è la natura, tutelarla non è un costo, è la condizione purché il business esista.
Quanto vale quello che stiamo perdendo
L’Italia è uno dei paesi europei con la maggiore ricchezza biologica: circa 58.000 specie animali censite, oltre 8.000 specie vegetali, dalle Alpi alle coste mediterranee. Di queste, oltre 46.000 compaiono già nella lista rossa IUCN e quasi il 28% dei vertebrati è a rischio estinzione. Abbiamo 25 parchi nazionali e aree protette che coprono il 21% del territorio, un passo concreto verso l’obiettivo europeo del 30%. Eppure, questa ricchezza non è al sicuro in quanto fuori da quei confini il suolo sparisce e l’ISPRA lo misura in 2,7 metri quadrati al secondo. Sarebbe un paradosso sprecare tale patrimonio per mancanza di attenzione, in un paese che di quella natura (nel turismo, nell’agricoltura, nell’agroalimentare di qualità) ha fatto da sempre uno dei suoi asset più profondi.
La biodiversità non è solo una voce di bilancio
I dati sulla perdita di biodiversità circolano da decenni. Il problema è che, finché le conseguenze sembrano lontane, è difficile che diventino una priorità reale. La CO₂ ha avuto la fortuna di essere misurabile, traducibile in obiettivi, in mercati, in comunicazione. La biodiversità si degrada per sottrazione lenta, senza un evento abbastanza visibile da diventare spartiacque e questa invisibilità ha un costo enorme, perché permette di continuare a trattarla come un problema di domani.
È la stessa contraddizione che si ritrova in molti report ESG: i numeri nelle caselle giuste, la realtà che va in un’altra direzione. Prendiamo come esempio l’olio di palma dove per anni, grandi aziende alimentari, hanno dichiarato nei propri report impegni sulla deforestazione zero, aderendo a certificazioni internazionali come la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil). Eppure, Greenpeace e altri enti indipendenti, hanno documentato più volte casi di deforestazione illegale all’interno delle stesse filiere certificate. Gli standard di certificazione non sono stati ritenuti sufficienti a garantire che nella catena produttiva non si verifichino fenomeni come la deforestazione o l’incendio delle torbiere. Il problema non è la malafede ma che il sistema attuale premia la rendicontazione, non il cambiamento reale. Solo il 23% delle PMI europee misura e comunica in modo strutturato il proprio impatto ambientale, eppure quasi tutte parlano di sostenibilità.
Ma il vero nodo non è normativo è culturale. Finché la biodiversità resta una casella da spuntare nel bilancio di sostenibilità, il problema non cambia. Cambia solo la forma in cui viene ignorato. La domanda vera non è “cosa dobbiamo rendicontare”, ma “da cosa dipendiamo davvero”, dal cibo che mangiamo, dall’acqua che beviamo, dai farmaci che usiamo. Non sono dettagli di un report ESG ma sono le condizioni entro cui funziona qualsiasi economia e, prima ancora, qualsiasi forma di vita umana.

