Dalla certificazione alla responsabilità: l’Unione Europea ridisegna le regole della deforestazione
Foreste rase al suolo con il timbro della sostenibilità, controllori scelti e pagati da chi viene controllato, scandali ignorati per anni. Il sistema delle certificazioni forestali volontarie ha mostrato tutti i suoi limiti e l’Europa ha deciso di cambiare approccio: non più fiducia, ma obbligo di trasparenza.
Sostenibilità a pagamento: il lato oscuro delle certificazioni forestali
Le certificazioni come Forest Stewardship Council (FSC) sfoggiate dalle aziende che lavorano il legname delle foreste dovrebbero accertare il rispetto degli standard ambientali, sociali e lavorativi, nonché il rispetto dei diritti umani di lavoratori e popolazioni impattate dall’industria. Spesso però gli audit sono basati su documenti cartacei che possono essere facilmente falsificabili; la domanda a questo punto è: ma quanto sono affidabili queste certificazioni, soprattutto in paesi con alti tassi di corruzione?
Negli ultimi anni la reputazione di FSC e del suo principale concorrente PEFC è stata messa seriamente in discussione: entrambe le organizzazioni, nate negli anni ’90 come risposta volontaria al fallimento dei negoziati internazionali sulla tutela delle foreste, sono state accusate di scarsa trasparenza nelle verifiche ambientali, conflitti d’interesse e controlli insufficienti sulle società incaricate delle ispezioni.
Il modello su cui si reggono presenta due criticità strutturali. I certificati vengono emessi da società private scelte direttamente dalle aziende che ne fanno richiesta: in pratica, è il soggetto controllato a selezionare e remunerare il proprio controllore. Se l’esito della verifica non è favorevole, l’azienda può rivolgersi a un altro certificatore, eventualmente disposto a chiudere un occhio in cambio di un compenso maggiore.Un secondo problema è che raramente le società di certificazione sono chiamate a rispondere per omissioni o per dichiarazioni non veritiere. Il risultato è che un’etichetta verde può finire su prodotti provenienti da foreste tagliate in modo tutt’altro che sostenibile, trasformando la certificazione da garanzia per il consumatore a strumento di facciata per l’industria. A prova di ciò, sono state individuate più di 40 società di certificazione che hanno concesso attestati di sostenibilità ambientale a imprese già accusate di aver distrutto riserve naturali e aree protette, falsificato autorizzazioni e gestito traffici illegali di legname e derivati.
Il caso IKEA: Il paradosso della sostenibilità
IKEA è spesso citata come modello di economia circolare: il colosso svedese, ad esempio, dichiara che oltre il 99% del suo legno è riciclato o certificato FSC. Tuttavia, diverse inchieste internazionali (come quelle di Earthsight e Greenpeace) avrebbero rivelato lati oscuri della sua strategia di marketing: IKEA sarebbe collegata all’abbattimento di foreste vetuste e secolari nei Carpazi, in Romania, regioni del pianeta ad alta concentrazione di biodiversità. Il colosso svedese non si limiterebbe ad usare legno proveniente da queste foreste ma, tramite accordi tutt’altro che limpidi con fornitori locali, “ripulirebbe” la materia prima, rimettendola sul mercato con una patina di certificazione che di sostenibile ha ben poco.
Un secondo filone di indagine avrebbe rivelato che in Siberia enormi aree di foresta verrebbero rase al suolo con la scusa di “tagli sanitari” (per rimuovere alberi malati), quando in realtà verrebbero abbattuti pini sani per produrre mobili IKEA.
La difesa di IKEA si basa su dichiarazioni di rispetto delle leggi locali e di conformità agli standard FSC. Ciò conferma come le certificazioni private, come FSC, siano ormai insufficienti, al fine di superare tale debolezza nasce l’EUDR.
EUDR: tra ambizioni e ritardi
Il Regolamento EUDR punta a vietare sul mercato UE prodotti associati a deforestazione o degrado forestale. Un bene può essere venduto solo se: non proviene da aree deforestate dopo il 30 dicembre 2020, rispetta le leggi del Paese d’origine ed è coperto da una dichiarazione di due diligence.L’attuazione ha però subito rinvii, inizialmente prevista per il 2024, è slittata al 2025 e poi ulteriormente prorogata al 2026: il 4 maggio 2026 la Commissione europea ha pubblicato la revisione semplificata del Regolamento (UE) 2023/1115. Il regolamento entrerà in vigore il 30 dicembre 2026 per la quasi totalità delle imprese, con un’ulteriore proroga fino al 30 giugno 2027 per micro e piccoli operatori.
Le modifiche ridisegnano la distribuzione degli obblighi lungo la filiera. Il peso della due diligence ricade principalmente sul primo operatore che immette un prodotto sul mercato europeo o lo esporta, mentre per gli attori a valle — commercianti e operatori intermedi — gli oneri sono stati significativamente ridotti, limitando la loro attività alla raccolta di informazioni dai partner commerciali diretti. Una scelta che semplifica il sistema, ma che sposta il problema più che risolverlo: poiché l’obbligo di due diligence ricade principalmente sul primo operatore, i segmenti precedenti della filiera – talvolta i più critici sotto il profilo della deforestazione- restano di fatto privi di obblighi diretti di controllo.
Sul fronte dei prodotti, la Commissione propone una rimodulazione del perimetro di applicazione: vengono inclusi nuovi prodotti come il caffè solubile e alcuni derivati dell’olio di palma, mentre vengono escluse categorie considerate non rilevanti ai fini della deforestazione o eccessivamente onerose sul piano amministrativo, come pelli, pneumatici ricostruiti, prodotti usati e materiali da imballaggio.
Mentre molti leggono i rinvii e le modifiche come una “ritirata”, la realtà è molto più concreta e, per le aziende, decisamente più brutale: l’Europa sta smettendo di chiedere alle imprese di essere “buone narratrici” per costringerle a diventare “investigatori della propria filiera”.È meno poetico, molto più faticoso per le imprese, ma è l’unico modo per evitare che il mercato europeo continui a essere complice (inconsapevole o meno) della distruzione globale.È il passaggio dalla sostenibilità come “accessorio di bellezza” alla sostenibilità come “requisito di licenza” per operare.
